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(Fonte: Spotify)

09. Aprile 2014

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Da Walden al downshifting. L’ordine naturale di Lucas Foglia

22. Marzo 2014

4 note

Nel mondo assillato dalla crisi del sistema capitalistico la riconversione ecologica degli stili di vita è ancora un miraggio. Nessun governo ha la visione strategica necessaria a metterla in atto, e le risorse naturali stanno rapidamente esaurendo il loro millenario compito di rassicurare le altrettanto millenarie ansie del genere umano. I personaggi ritratti nelle fotografie di Lucas Foglia (A Natural Order, 2012) sono convinti della possibilità e della necessità di cambiare, di vivere fuori dagli schemi (off the grid), lontano dal sistema corrente, al punto di mettere in pratica le loro conclusioni. Il fotografo stesso è cresciuto in una di queste piccole comunità dove i frutti della terra sono condivisi tra chi sa lavorarla e ne conosce i segreti. Ma alcune contraddizioni nello stile di vita della sua famiglia lo hanno convinto a vederci chiaro, almeno registrando fotograficamente più tracce possibile di questo modus vivendi. L’autosufficienza è di fatto una chimera, le risorse del nostro pianeta già non bastano più a sostenerci. L’età dell’oro è perduta per sempre. Anche nei recessi raccontati nelle immagini la scorciatoia tecnologica permea ogni gesto, sia esso reale o immaginario. L’erba è sì tagliata con il millenario gesto del falciatore, ma per godere i frutti del pesante tronco ci si affida ad una provvida motosega. Se i pensosi animali latitano dal paesaggio, l’aratro è aggiogato a un più realistico pick-up. Si caccia con l’arco del primitivo così come con il fucile d’assalto del reduce. I personaggi di Foglia sono primitivi del futuro, la mente protesa verso la ricerca di un vivere il meno possibile condizionato dal benessere ma con i piedi più o meno saldamente piantati nella contemporaneità. Non per niente, ci informa lo stesso fotografo, molte di queste comuni sono in contatto con l’esterno tramite il segnale di internet. La fotografia offre ancora oggi – a chi abbia la pazienza di leggere le immagini che produce – uno straordinario strumento di analisi e di narrazione. Foglia ci chiede di esplorare le sue per cogliere il senso del downshifting (la riconversione degli stili di vita verso l’essenziale, anziché la riduzione di ogni attività al progresso del superfluo) messo in atto dai suoi personaggi. Provo a raccontarne tre.

Davanti ad una vetrina Cora ha lo sguardo perso. Al di qua del vetro, insieme a noi, nel mondo dei colori sgargianti, delle civetterie, c’è una donna manichino. I capelli di Cora sono nascosti dai motivi di un tessuto punitivo, che invade anche il resto della sua figura. I capelli della finta donna sono invece tagliati in modo attraente. Cora evita il suo sguardo, e anche il nostro.

Il tavolo è un elemento di riuso preso chissà dove. Rocce, una penna a sfera, il portacenere mozziconi di sigaretta con filtro. Al posto di un eventuale computer c’è una macchina da scrivere. Il trofeo di un cervo è inserito in una cornice, un tempo destinata ad accogliere un ritratto di famiglia. Accanto a esemplari di erbe palustri appese a seccare, la strana immagine di due leopardi. Una candela è sospesa con mezzi di fortuna al soffitto in una gabbia che ricorda antichi strumenti di tortura. Un’altra riposa sul tavolo in un’innocuo candeliere. L’atmosfera è satura di attività meditative destinate forse a rimanere isolate.

Lo schizzo di latte dalla mammella della capra è premurosamente indirizzato nella bocca del figlio. L’occhio attento del padre arriva ad indovinarne il sapore, l’odore è già diffuso. La capra, che sguardo ha? È perso nell’erba, fuori campo.

Centosessanta anni fa Thoreau accese nel cuore del Paese più mercantile della contemporaneità un dibattito sulla necessità di rivedere presente e destino di una società sempre più diseguale e infelice, condannata a perdere il contatto con la natura per causa della modernità e del capitalismo. Il tema era di attualità anche in Europa, da dove infatti Thoreau prese le mosse ascoltando lo svizzero Rousseau. Assetati di progresso e di benessere, gli statunitensi moderni si sarebbero visti metaforicamente restituire gli stessi specchietti e perline con i quali, oltre al sangue, avevano messo insieme un territorio. È nella dipendenza dalla tecnologia che naufraga il sogno americano. I primitivisti eredi di Thoreau, che oggi leggono John Zerzan, obiettano come il cosiddetto benessere contemporaneo, piuttosto che per i sentieri della meditazione e della consapevolezza, passi piuttosto sull’asfalto del possesso e della concupiscenza di oggetti e comportamenti. Uno di questi specchietti da baratto è senz’altro la fotografia, strumento tipico del distacco tra uomo e natura ma al tempo stesso tra le ultime occasioni di trovare un antidoto all’alienazione mediante l’esercizio della comprensione. Ancora dopo un secolo e mezzo, la fotografia impone un secco arresto ai pensieri fibrillanti, obbliga a confrontarsi con la nuda astrazione dal reale: la frazione di secondo dell’esposizione reclama minuti di fruizione, di riflessione, in definitiva di lettura. La ricerca di una relazione tra il primitivismo e trascendentalismo con la fotografia di paesaggio statunitense ha prodotto sia abbagli interpretativi che felici conferme. I garbati ammonimenti di Rosalind Krauss sulla errata attribuzione di valore artistico e riferimenti letterari a immagini essenzialmente documentarie se non commerciali devono metterci in guardia da letture affrettate, nello specifico a proposito dei primitivi paesaggi di Timothy O’Sullivan. Ma dai maestosi quanto surreali paesaggi di Ansel Adams, fino alle recenti immagini di questo giovane fotografo, si ascolta ancora il potente respiro di Thoreau arrivare dalle sponde del lago Walden.

http://lucasfoglia.com/a-natural-order/

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Gravity Glue: Michael Grab sfida l’equilibrio

16. Marzo 2014

2 note

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Gravity Glue: Michael Grab sfida l’equilibrio

16. Marzo 2014

Michael Grab si diverte a sfidare l’equilibrio, nessun trucco, ma semplice forza di gravità. Nasce così Gravity Glue un progetto iniziato per gioco e che rappresenta, per Michael, una continua sfida. Enorme pazienza, mano ferma e mente attenta sono le uniche competenze che vengono richieste per questo tipo di istallazioni, il resto lo fa la gravità che diventa una sorta di collante che sfida il più estremo degli equilibri. Tanto lavoro tradotto da Grab così: “Il processo creativo ricorda una danza, gli elementi si fondono con gli ambienti, poi si respira, si resta in silenzio, si esplora e si ridefinisce”.

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Open door to solitude

14. Marzo 2014

6 note

Trovo salutare restare solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restare solo. Non trovai mai un compagno che fosse tanto buon compagno della solitudine. Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra. Un uomo che pensi o lavori è sempre solo — lasciatelo stare dove vuole. La solitudine non è misurata dalle miglia di distanza che si frappongono fra un uomo e il suo prossimo. Lo studente realmente studioso è un solitario, in uno degli affollati alveari di Harvard, come un derviscio nel deserto. Il contadino può lavorare da solo per tutto il giorno, nel campo o nel bosco, zappando o tagliando legna, e non sentirsi tale perché ha qualche cosa da fare; ma a sera, quando torna a casa, non può sedersi da solo in una stanza, alla mercé dei suoi pensieri, ma deve stare dove può «veder gente», e svagarsi e — come s’immagina — remunerare se stesso per la sua solitudine giornaliera; pertanto egli si meraviglia come mai lo studente possa sedere, solo, in casa, per tutta la notte e gran parte del giorno, senza noia e pensieri neri; non capisce che lo studente, sebbene in casa, sta ancora lavorando il suo campo e sta tagliando nel suo bosco, come il contadino, e che a sua volta cerca lo stesso divertimento di quest’ ultimo, sebbene, magari, in una forma più condensata. Di solito la compagnia è troppo da poco. C’incontriamo a intervalli molto brevi, non avendo avuto il tempo di acquistare qualsiasi nuovo valore reciproco. C’incontriamo ai pasti tre volte al giorno, e reciprocamente offriamo un nuovo assaggio di quel vecchio formaggio ammuffito che siamo. Abbiamo dovuto metterci d’accordo su una certa serie di regole, chiamate gentilezza ed etichetta, per rendere tollerabile questo frequente incontro, e così che non sia necessario venire ai ferri corti. C’incontriamo all’ufficio postale, alle riunioni, e presso il fuoco, ogni notte; viviamo l’uno troppo presso all’altro e ci intralciamo a vicenda, inciampiamo l’uno sopra l’altro, e credo che così perdiamo un certo mutuo rispetto. Certamente, per tutte le comunicazioni importanti e cordiali basterebbe meno frequenza. Pensate alle ragazze della fabbrica — mai sole, e tali appena appena nei loro sogni. Sarebbe meglio se ci fosse un solo abitante per miglio quadrato, come dove io vivo. Il valore di un uomo non è nella sua pelle, così non occorre toccarlo.

Tratto da Walden ovvero vita nei boschi di Henry David Thoreau

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Praticare l’impermanenza

13. Marzo 2014

6 note

Praticare e comprendere l’impermanenza non sono solo altri modi di descrivere la realtà: sono strumenti che ci aiutano nel processo di trasformazione, guarigione ed emancipazione.Impermanenza significa che attimo dopo attimo tutto cambia e nulla rimane lo stesso. E nonostante questo continuo cambiamento, le cose non possono ancora essere descritte come uguali o diverse da ciò che erano un attimo fa. Se oggi facciamo il bagno nel fiume in cui ci siamo bagnati ieri, quello è lo stesso fiume? Eraclito ha detto che non possiamo entrare due volte nello stesso fiume. Aveva ragione: l’acqua del fiume oggi è completamente diversa dall’acqua in cui ci siamo immersi ieri. Eppure il fiume è lo stesso. L’intuizione dell’impermanenza ci aiuta ad andare al di là di ogni concetto. Ci aiuta a vedere che il fiume non è lo stesso ma non è nemmeno un altro.

L’impermanenza rende possibile ogni cosa

Spesso quando le cose cambiano siamo tristi e soffriamo molto; ma il cambiamento e l’impermanenza hanno anche lati positivi. Grazie all’impermanenza è possibile ogni cosa. La vita stessa è possibile. Se un chicco di grano non fosse impermanente, non potrebbe mai trasformarsi in uno stelo. Se lo stelo non fosse impermanente non ci potrebbe mai dare la spiga che mangiamo.

Praticare l’impermanenza

Tutti riusciamo a comprendere l’impermanenza con l’intelletto, ma non si tratta di vera comprensione. Il nostro intelletto da solo non ci condurrà alla libertà, non ci porterà all’illuminazione. Quando siamo stabili e concentrati possiamo praticare l’osservazione profonda; e quando guardiamo in profondità e vediamo la natura dell’impermanenza, allora ci possiamo concentrare su questa intuizione profonda. In questo modo la comprensione profonda dell’impermanenza diventa parte di noi, del nostro essere; diventa la nostra esperienza quotidiana. Se vogliamo essere sempre capaci di continuare a vedere e a vivere l’impermanenza,dobbiamo mantenere viva la comprensione che ne abbiamo. Se riusciamo a fare dell’impermanenza un oggetto di meditazione, nutriamo la comprensione che ne abbiamo e la rendiamo viva dentro di noi, giorno dopo giorno. Con questa pratica, l’impermanenza diventa una chiave che apre la porta della realtà.

Vedere le emozioni con gli occhi dell’impermanenza

Quando una persona ti dice qualcosa che ti fa arrabbiare e vorresti che se andasse, ti invito a praticare l’osservazione profonda alla luce dell’impermanenza. Che cosa proveresti, in realtà se quella persona non ci fosse più? Saresti contento o piangeresti? E’ molto utile praticare questo tipo di comprensione profonda. Che cosa facciamo di solito quando ci arrabbiamo? Gridiamo, urliamo e cerchiamo di incolpare qualcun altro dei nostri problemi. Ma se osserviamo la rabbia con gli occhi dell’impermanenza possiamo fermarci e respirare. Cerchiamo di vedere il futuro, fra trecento anni. A che cosa somiglierai? E io, a che cosa somiglierò? Dove sarai? E dove sarò io? Non occorre guardare tanto lontano, fino a trecento anni: possono bastare cinquanta, quando saremo entrambi morti. Guardando il futuro vediamo che l’altra persona è molto preziosa per noi. Se sappiamo che potremmo perderla in ogni momento, l’arrabbiatura ci passa subito. La ragione per cui siamo così pazzi da far soffrire noi stessi e l’altro è il fatto che dimentichiamo di essere impermanenti. Un giorno, alla nostra morte, perderemo tutti i nostri beni, il potere, la famiglia, tutto. La libertà, la pace e la gioia nel momento presente sono le cose più importanti che abbiamo, ma senza una comprensione risvegliata dell’impermanenza non ci è possibile essere felici.

Fa si che l’impermanenza nutra l’amore

Siamo ignoranti e ci dimentichiamo dell’impermanenza, per questo non nutriamo correttamente il nostro amore. All’inizio del matrimonio ci amavamo moltissimo: pensavamo che non avremmo potuto vivere un solo giorno senza l’altro. Ma dato che non sapevamo praticare l’impermanenza dopo un anno o due il nostre amore si è trasformato in frustrazione e rabbia. Ora ci chiediamo come potremo sopravvivere un solo giorno in più insieme alla persona che una volta amavamo così tanto; decidiamo che non c’è alternativa: vogliamo il divorzio. Se viviamo comprendendo l’impermanenza coltiveremo e nutriremo il nostro amore; solo allora durerà. Perchè il tuo amore cresca lo devi nutrire e accudire.

Tratto da: “Il segreto della pace” di Thich Nhat Hanh