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Fermiamo i ladri di terra!

16. Febbraio 2013

3 note

Land Grabbing di Daniele Abate

Land Grabbing e’ un’ efficace dicitura inglese che mette in evidenza una vera e propria tragedia per i contadini di tutto il pianeta, come anche per tutti noi. L’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce che ogni individuo e ogni comunità hanno il diritto di entrare in possesso delle risorse e dei mezzi necessari a produrre o a procurarsi cibo in quantità adeguata alla sussistenza, e ogni Stato deve garantire che questo avvenga. La realtà, però, ci parla di migliaia di famiglie di contadini espulsi con la forza dalle loro terre e privati dei loro prodotti, fonte della loro sussistenza. Stimare la dimensione del fenomeno a livello globale è difficile a causa della mancanza di disponibilità, sia dei governi che dei settori privati, a rendere pubbliche le informazioni sulle trattative e sugli accordi in tale ambito. Sappiamo comunque da dati FAO che il fenomeno è in crescita esponenziale negli ultimi due anni soprattutto in Africa, ma anche qui da noi l’accaparramento dei terreni agricoli si fa sempre più spinto. In Italia il il 3% dei proprietari detiene il 48% della Superfice Agriaria Utile – SAU. Questi dati di possesso delle terre rispecchiano quelli che avevamo negli anni 20, quasi a dire che in Italia si sta ritornando a regimi di latifondo. Qui di seguito una analisi del problema e la Dichiarazione di Dakar elaborata al Forum Mondiale.

Alcuni studi svolti tra il 2004 e il 2009 in Etiopia, Ghana, Madagascar e Mali rivelano che circa due milioni di ettari di terra sono stati trasferiti a proprietari stranieri, compreso un progetto di irrigazione di 100.000 ettari nel Mali, una piantagione di 452.500 ettari per la produzione di agrocarburanti in Madagascar, un progetto zootecnico di 150.000 ettari in Etiopia.

Il Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite Olivier de Schutter in un recente inventario ufficiale ha trovato ben 389 acquisizioni di larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi. Solo il 37% dei cosiddetti progetti di investimento mirano a produrre cibo, mentre il 35% è destinato ad agrocarburanti. 19,5 milioni di ettari di terra agricola si trasformano ogni anno in aree industriali e immobiliari. In meno di due anni, tra il 2007 e il 2009, almeno 20 milioni di ettari di terreni coltivabili – pari ad un’estensione di Italia che va dalla Val d’Aosta fino a Napoli – sono stati oggetto di negoziati e accordi tra governi e società private.

In una situazione come quella odierna, dove i mercati sono sempre più volatili, per gli speculatori accaparrasi terre agricole per immobilizzare gli investimenti diventa di capitale importanza. Un esempio per tutti: gruppi finanziari come Deutsche Bank e Goldman Sachs stanno prendendo il controllo di tutta la produzione industriale di carni e affini in Cina. A partire dal 2008 un’armata di gruppi di investimento, di equity funds e hedge funds ha fatto shopping di terre agricole in tutto il pianeta con un deciso appoggio della della Banca Europea di Sviluppo, e anche di tante agenzie dell’Onu che caldeggiano la pratica come forma di cooperazione allo sviluppo. Come risultato, i prezzi agricoli continuano a impennare e queste organizzazioni internazionali, non contente, continuano a “ungere” gli Stati perché cambino le proprie leggi nazionali in fatto di proprietà della terra e facilitino (invece che porre un termine) questo tipo di speculazioni.

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Questo è il momento di dire basta, di fermare e spingere con forza verso una moratoria degli investimenti speculativi in agricoltura e puntare a una proposta globale di riforma agraria che svincoli le situazioni di monopolio. Il monitoraggio della società civile sulla coerenza delle politiche europee.

L’Europa, come anche l’Italia, hanno grandi responsabilità in questa corsa alla terra. La Commissione Europea nel luglio 2007, ha lanciato la Comunicazione “Advancing African Agriculture” (AAA) che si è avvalsa di notevoli contributi della società civile. Essa, infatti, puntava a stabilire meccanismi di cooperazione regionale e continentale per lo sviluppo agricolo in Africa, mettendo al centro i piccoli produttori dell’agricoltura familiare e puntando sulla dimensione di mercato locale e regionale e introducendo meccanismi di partecipazione degli attori sociali nella costruzione delle politiche più rilevanti. Il monitoraggio sull’applicazione della strategia condotto da un gruppo di Ong europee ha però dimostrato che la forza di questa innovazione è indebolita, ad esempio, dall’introduzione di regole come la direttiva UE 2009/28EC (dell’Aprile 2009) che ha stabilito che un 10% minimo del mix energetico dei consumi dei Paesi membri doveva essere coperto con gli agrocarburanti. Succede così che, ad esempio l’italianissima Eni, partecipata dal nostro Governo al 30%, abbia concluso un’acquisizione da molti miliardi di dollari di terra in Congo proprio per sviluppare, tra l’altro, agrocombustibili da olio di palma. La cooperazione europea allo sviluppo è fortemente impegnata nell’introdurre la produzione di agrocarburanti in Africa, ad esempio, veicolando fondi propri oppure, ad esempio, della Banca Mondiale.

La società civile sta facendo sentire fortemente la propria voce e facendo concreti passi avanti chiedendo all’Unione Europea di armonizzare la propria legislazione e quella dei suoi stati membri prevenendo le acquisizioni fondiarie su larga scala, eliminando il target basato sull’energia per le risorse rinnovabili (agro-carburanti) e congelando tutte le politiche che incoraggiano l’uso di agrocarburanti nel settore dei trasporti, rafforzando, inoltre, la messa in pratica delle politiche fondiarie fondate sui diritti umani dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo.

Al Forum Sociale di Dakar movimenti sociali, sindacati, Ong e contadini hanno riconosciuto che in presenza di una ineguale distribuzione della ricchezza nelle aree rurali, migliorare la produzione non basta, c’è bisogno di ridistribuire la terra con una riforma agraria.

L’appello, lanciato a febbraio 2011 nel corso del Forum chiede ai Parlamenti e ai Governi nazionali di

- interrompere immediatamente con una moratoria tutti i fenomeni di accaparramento delle terre in corso;

- introdurre meccanismi diversi di accesso alla terra e di garanzia dei piccoli produttori contro il Land Grabbing;

- promuovere la riforma agraria ovunque vi sia concentrazione delle terre e scarso accesso, soprattutto per i più giovani;

- offrire alternative concrete ai contadini per arginare l’esodo dalla terra che non si arresta.

Noi tutti abbiamo il dovere di resistere e di sostenere i popoli che si battono per la loro dignità!

  1. nomisveg ha rebloggato questo post da ilpesodellafarfalla e ha aggiunto:
    alcune cose non le condivido. le soluzioni istituzionali non faranno che legittimare il land grabbing sotto diversa...
  2. eklektike ha rebloggato questo post da ilpesodellafarfalla
  3. postato da ilpesodellafarfalla